il giardino segreto

Rosa vestiva sempre di nero. Gli occhi truccati pesantemente, uno sguardo serio e un guardaroba scuro come la notte.

Si sentiva a suo agio con quegli abiti e non doveva preoccuparsi di abbinare colori nè perdeva tempo ogni mattina per scegliere tonalità in linea con il proprio umore.

Perchè era sempre, comunque, nero.

Ma non nero di rabbia, solo un nero di sottofondo.

 

Rosa era magra come uno stelo di fiore, non si preoccupava degli abiti tantomeno del pranzo o della cena. Mangiava se aveva voglia, quello che capitava di trovare in casa.

Era una ragazza metodica, ordinata, essenziale, di poche parole e pochi gesti. Una vita scandita da un rigore quasi monacale.

 

Rosa vestiva di nero, aveva pochi amici, una personalità piena di spine ed una vita densa di segreti.

 

Un giorno di dicembre partì, senza salutare nessuno. Prese poche cose, qualche soldo e un biglietto del treno.

 

Gli amici la cercarono a casa e quando entrarono, il piccolo monolocale era un arcobaleno di luci e colori: ogni tinta, ogni sfumatura, ogni gradazione che esistesse al mondo era presente in quel piccolo nido. Non v’era una traccia di nero, nemmeno un’ombra grigia ad offuscare quella tavolozza di splendore.

 

Gli amici restarono per ore, fissando con la meraviglia negli occhi quello che restava di Rosa. Ogni dettaglio era stato accuratamente dipinto, non v’era uno spazio nè un angolo che fossero stati lasciati vuoti. Il soffitto era un arco celeste che pareva si aprisse alla vastità del

cielo, il pavimento era simile ad infiniti prati fioriti, ogni pezzo dell’arredamento si integrava in quella giungla fantasiosa a creare allusioni di gioia e stupore.

 

Rosa vestiva sempre di nero ma dentro all’anima custodiva la Vita.

 

 

 

La pista da corsa

L’altro giorno facevo la mia corsetta intorno al quartiere, tre chilometri in cui la forza di volontà combatte contro il sonno e la nostalgia del letto caldo.

Le sei del mattino sono però un gran bell’orario: le strade sono silenziose, poco trafficate, solo qualche rara finestra illuminata e ancora più rare le persone in giro.

Mi capita occasionalmente di incontrare un ragazzo, extracomunitario, che aspetta un pulmino bianco carico di altri ragazzi extracomunitari. Il pulmino accosta e fa salire il ragazzo, per poi portarlo non saprei dove, forse ad un posto di lavoro.

L’altro giorno correvo, col fiatone perchè ero quasi alla fine dei tre chilometri, e comincia a correre anche il ragazzo extracomunitario, sulle strisce pedonali per raggiungere il pulmino.

Per un istante abbiamo corso insieme.

Nel viale deserto, i lampioni con la luce gialla e il pulmino fermo sulla strada, io e il ragazzo correvamo. Il movimento era uguale ma erano due corse molto diverse.

Il ragazzo è salito, il pulmino è ripartito e io dopo ho corso con una specie di senso di colpa addosso.

Che non so proprio perchè dovessi sentirlo addosso, ma ho pensato che nella vita ci sono quelli che corrono con un paio di scarpe comode e quelli che corrono con le scarpe rotte.

E il senso di colpa, forse, era perchè a volte si dimentica di avere le scarpe comode.

 

 

 

 

viaggio a ritroso

Ci sono quelle giornate in cui i pensieri non sono capaci di starsene buoni ma devono punzecchiare, istigare riflessioni e domande.

Diventa anche difficile capire cosa abbia stimolato proprio QUEL pensiero, soprattutto quando stai facendo ben altre cose che pensare alla tua vita.

E così oggi mi sono chiesta cosa mi abbia portata qui. Ad essere ciò che sono.

 

La mente è andata a precisi eventi ed esperienze, ripescati nella memoria come si fa in quelle giostre dove allunghi il bastone sui cigni o i pesci che galleggiano su un flusso di acqua in movimento.

Ciò che ho vissuto, e intendo tutto ciò che ho vissuto, mi ha plasmata in ciò che sono oggi? Nei miei comportamenti, nelle decisioni che prendo, nel temperamento che adotto nelle mie scelte, nel carattere che impongo sulle relazioni. Io da dove provengo?

 

Ho avuto un flash di ricordi: io da giovane negli scout, che vivo la solitaria esperienza della Route d’Orientamento. Mi rivedo con quella faccia liscia come si può avere a vent’anni, un po’ immusonita e corrucciata come è mio solito esserlo quando studio ciò che non conosco. Ero così inesperta di tutto, possibile che quella esperienza mi abbia portata fin qui?

Cosa ho imparato in quei giorni? Tutto ciò che ho visto, ascoltato, vissuto, è stato una tessera di mosaico?

 

Mi sento, a volte, così appesantita da una sorta di nichilismo che mi chiedo cosa sia stato veramente a rendermi ciò che sono ora.

La Vita mi ha preparata alla Vita?

O ancora meglio: quale Vita mi ha preparata alla Vita?

 

 

 

 

Fatica sprecata

Sarà che ho sempre detestato i pregiudizi e le etichette che oggi mi sforzo di non fermarmi al primo sguardo. Mi sforzo di non fare un battesimo su due piedi.

E anche la mia fotografia ultimamente sembra prendere questa strada. Del non detto, dell’intravisto, dell’oltre, dell’indefinito, del “può essere tante cose”.

Io restitiusco il mio lavoro e lo lascio andare, poi ciascuno vi troverà ciò che vuole.

E così è anche con noi stessi: ci offriamo, e gli altri vedranno ciò che vogliono vedere.

Tanto non ci si prende mai.

 

Il bivio

Recentemente ho visto il film sulla vita di Margaret Thatcher, una donna che conoscevo poco.

Non voglio entrare nel merito del suo indirizzo politico nè ho la capacità di giudicare il suo operato, semplicemente rifletto sull’immagine, colta nel film, di una persona che nelle sue scelte è stata mossa  da una forte ambizione e dal desiderio di voler “realizzare qualcosa di importante.

 

“Non voglio morire lavando tazzine”.

 

Ovviamente in ogni sfida c’è sempre un qualcosa che si perde lungo la strada, e molto spesso una donna che sceglie il successo professionale rinuncia (o è costretta a rinunciare) al focolare domestico, con relazioni che facilmente si tramutano presto in un campo minato.

Ciò che il film mi ha lasciato è un profondo dubbio su queste scelte di Vita e la domanda, insistente e fastidiosa: sappiamo sempre valutarne le conseguenze?

 

Quando saremo vecchi sapremo abbracciare, con tutto il suo peso, il frutto del percorso intrapreso, anche quando sarà amaro o insufficiente?

La vita, vista attraverso gli occhi anziani, potrebbe riservare amare sorprese e pesanti rimorsi.

 

Quante donne si rivedono in un’esistenza che chiede scelte difficili, che addossa un Destino importante ma pesante da sostenere quotidianamente?

 

Il bivio di una scelta può non essere così arduo in confronto al prezzo che si sarà pagato alla fine di quel cammino intrapreso.

 

P.S. la prossima volta guardo un cartone animato

 

 

 

 

 

C’è spazio per tutto

Questa mattina ho inforcato la bicicletta e, come non facevo da tempo, ho pedalato per la mia città. Che sensazione meravigliosa girovagare in completa libertà, senza meta nè fretta e, ammetto, sfruttando il mezzo per infischiarmene di divieti e sensi unici e corsie.

Giunta in piazza Martiri mi sono soffermata a guardare il Duomo: le sue vistose crepe e le transenne trasmettono una sensazione cupa, quasi un fastidio. Come se il tempo pare essersi fermato in quei metri quadrati, solo in quel piccolo pezzetto di città.

Con le strutture ancora sfregiate è come se il terremoto avesse lasciato un post-it su queste terre, un promemoria per non farci dimenticare la vulnerabilità e la provvisorietà delle nostre vite.

Sono ripartita, con la bicicletta, ma continuavo a voltarmi per guardare la cupola, come se richiamasse il mio sguardo per fissarlo sulla tragedia, affinchè la memoria non venga meno.

 

Le cose brutte restano, forse non visibili ma dentro di noi si fissano, indelebili. E sempre insegnano qualcosa.

Nella nostra vita occorre fare loro spazio affinchè insieme alla leggerezza di una passeggiata in bicicletta vi sia la forza per superare lo scossone che provocano le buche.

 

 

 

 

Che tipo di vita vuoi

Il collo sotto alla nuca di Mateo è nero. Ma non nero di sporcizia, è nero perchè di pelle scura, un color cioccolato fondente.

Con l’arrivo della bella stagione la sua pelle si scurisce al sole, passando da una tonalità marroncino chiaro, tipo caffellatte con poco caffè, a delicata tavoletta al latte.

La zona del collo, che invece è più scura di altre, è una zona che invoglia ad essere baciata, soprattutto quando ha l’odore del fresco risveglio estivo, innocenza di bambino mista a sudore.

Ci sono zone del corpo che si baciano più volentieri, ad esempio ho sempre amato moltissimo i piedi dei miei figli, anche quando puzzavano leggermente e fra le minuscole dita si formavano micro-palline di cotone dei calzini.

I bambini sono più simpatici quando hanno i piedi sporchi, soprattutto in estate quando gli resta il segno bianco dei sandalini.

Oppure quando hanno le righe delle mani marroni di terra dopo che hanno giocato in giardino.

 

Dei figli si amano più le imperfezioni, le cose non belle, i loro difetti li facciamo nostri e i loro errori stimolano quel senso materno di protezione.

Siamo orgogliosi dei loro successi ma è nelle difficoltà che il legame affettivo esce con forza.

Certi figli sono una strada in salita e non facilitano la vita che  a volte, anche solo per qualche frazione di secondo, si è tentati di volerla uguale uguale ad una rivista patinata: colorata, luccicante, pulita anche se finta.

Ma poi ci mancherebbero i lunghi sospiri, la pazienza che peschiamo da una riserva nascosta chissà dove, i calzini infilati per la terza volta, quel piccolo successo che è piccolo davvero ma che per noi è la conquista del K2.

Cosa sarebbe una giornata senza l’ennesimo pantalone bucato nelle ginocchia, senza il votaccio a scuola preso per tiraculaggine, il disordine sul tappeto o le due urla fatte prima di andare a letto.

Sarebbe una giornata noiosa. E chi la vuole, una vita noiosa?

 

 

 

 

 

 

 

Una risata mi seppellirà

Sono in preda ad una crisi fotografica.

Vabbè che fra crisi esistenziali, crisi d’identità o crisi di panico sono sotto ogni  3×2, ma nelle ultime settimane sono alle prese con dubbi artistici.

In un momento di profondo sconforto ho chiesto ad un amico: “ma io, che ci devo fare con la mia fotografia?”. E lui: ” l’unica risposta possibile: DIVERTIRTI!”.

 

eh eh eh..vecchio diavolo, ho pensato io.

 

Una bella risposta davvero. Perchè  in un solo colpo ha fatto un falò di termini come dettagli tecnici, strumenti di fruizione, visibilità, condivisione, digitale e analogico, veicolatori di idee, cultura dell’immagine e via dicendo.

Divertirmi con la fotografia, una bella sfida.

 

Dai, mi piace. E se provassi anche ad allargarla alla Vita?