far spazio

Chiusa l’azienda per tre settimane torno a casa, smarrita, chiedendomi: e mo’, che faccio ora?

Mi sono dimenticata per un bel pezzo, concentrata com’ero su altre priorità e ora che mi permetto il lusso di sprofondare sul divano mi sale quella sensazione, lontanissima, come i ricordi da bambini, dello stare con me stessa. Vivere bene la solitudine è un privilegio, scrive Duccio Demetrio, “…nel restare a osservare affascinati in cielo il volo degli uccelli..”.

Un viaggio come nelle miniere profonde di Moria, ricomincerò a sciogliere le spalle, a rilassare il sorriso, a sfogliare le pagine di un libro (una montagna di arretrati giace sul pavimento), a sprecare il tempo, a fissare lo sguardo su dettagli insignificanti come una nuvola o una staccionata, a guardarmi dentro gli occhi allo specchio.

Ritrovarsi. Riconoscersi. Assicurarsi di esistere.

Torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia

sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,

le miserie, la fame e le fedi tradite,

per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.

Vale la pena tornare, magari diverso.

 

img653

 

Salva

Salva

Salva

Salva

Resta di stucco

Barbara aveva cinquant’anni e lavorava come donna barbuta al Circo delle Meraviglie, anche se di meraviglioso non c’era nulla nell’essere un fenomeno.

Se ne stava seduta per ore, su un vecchio palco di legno, a farsi ammirare dagli spettatori paganti e nel frattempo pensava “che barba, che noia”.

In quegli interminabili momenti divagava col pensiero, non v’era altro sistema per far passare la giornata, e con lo sguardo perso nel vuoto andava alla sua vita passata, cercando tracce di felicità.

Da bambina amava guardare la televisione e la sua trasmissione preferita erano i Barbapapà, avrebbe voluto sposare Barbabarba che sicuramente sarebbe stato un marito perfetto. Giocava con la sua amata Barbie per ore, chiusa nella piccola camera. Le amiche la chiamavano “Barbara la barbuziente” per via della sua timidezza e lei preferiva la solitudine e il silenzio al vociare di quelle perfide coetanee.

Il barbiere del paese l’aveva chiesta in moglie ma lei a vent’anni aveva ben altri sogni che finire in bottega, e così aveva scelto la vita zingara del Circo dove lì, almeno, aveva un suo posto speciale.

Divideva una piccola casa, sulla punta estrema delle Barbados, con un bastardo tutto bianco comprato al canile che lei aveva chiamato Barbanera.

Sul retro della casa vi era un piccolo orto coltivato a barbabietole, unica eredità del suo povero babbo. Nelle calde sere d’estate arrostiva salsicce sul barbecue in giardino, bevendo bottiglie di Barbera nel triste bicchiere di plastica.

Un giorno di dicembre arrivò un’alba più densa del solito e il vecchio palco di legno del Circo delle Meraviglie le sembrò una cosa lontana. Stanca degli spettatori paganti e dei loro sguardi curiosi, Barbara si tolse la vita con una manciata di barbiturici. Lasciò la ciotola piena a Barbanera e un biglietto sul tavolo: “La vita è solo un barbatrucco”.

 

 

 

 

E’ mio!

In questi giorni mi è capitato di fare alcune riflessioni sul senso di possessività.

Quando ero ragazzina ero molto gelosa dei miei oggetti, ricordo che non sopportavo i miei fratelli quando dalla mia stanza prendevano matite, gomme, colori…. riuscivo sempre a scoprire i loro furti perchè avevo un mio ordine sulla scrivania e mi bastava un veloce sguardo per notare un qualcosa giù di posto. Mi arrabbiavo tantissimo perchè, non solo era stato invaso uno spazio personale,  ma erano stati presi oggetti che avevo comprato io, che servivano a me. Che erano miei.

 

Oggi non mi sento più così legata agli oggetti e non ho difficoltà a condividerli o a prestarli. Anzi, mi fa piacere regalare qualcosa che è mio, mi piace lo scambio, il passaggio di mano in mano che accresce il valore dell’oggetto, in quanto diventa importante anche per altre persone.

Poi è ovvio che vi sono oggetti personali a cui sono più legata, il cui valore affettivo, non quello economico, li rende più “miei”, più legati al mio vissuto e quindi mi è difficile staccarmene.

 

Vi è una possessività nei confronti delle persone che invece è più difficile da contenere, anche da razionalizzare.

Penso ai miei figli, che sono una parte di me e ai quali sono legata, e lo sarò sempre, da un cordone ombelicale invisibile.

Nella loro crescita è però intrinseco il distacco: gli uccellini lasciano il nido.

Penso alle persone che amo, quelle per cui nutro un sentimento di affetto o di stima e che nella mia vita sono punti fissi, sono certezze, sono a volte fari luminosi o indicatori di un percorso che ho smarrito.

Queste persone hanno un valore che non si può calcolare, si avvertono indispensabili per la propria sopravvivenza (anche se non dovremmo mai dipendere dagli altri ma questo è un altro capitolo) e diventa difficile staccarsene e condividerle, la gelosia è troppo forte e le si vorrebbe tutti per sé.

Ma poi, ho sperimentato, che più si provano a stringere a noi e più loro vogliono divincolarsi da un legame che a lungo andare procura soffocamento.

Ciascuno appartiene a se stesso, ciascuno necessita di spazi e libertà per muoversi a piacimento, entrando ed uscendo dalla vita degli altri con fluidità.

Non è facile accettare questo, non è semplice usare la logica per dire “le persone non sono mie” perchè il cuore è, penso, per natura possessivo. Non ama la solitudine.

Ma credo nell’amore che lascia liberi, nel dare gratuito, nell’accettazione dell’altro come “a parte rispetto me”, nel compromesso degli spazi e dei tempi. Si ama l’altro lasciando la porta aperta,  donandogli ogni giorno una scelta.

Come canta Sting: “If you love somebody set them free…”

 

 

Luoghi e Momenti

Poche cose salverei della mia giovinezza, una di queste sono le sere trascorse a disegnare, chiusa in camera mia.

Avevo una scrivania bianca, apparecchiata di album, notes, pile di libri sul disegno, matite nuove e consumate, pennarelli di marca con punte di vario spessore,  righelli dalle forme strane.

I pochi spazi rimasti vuoti erano ricoperti di briciole di gomma.

Ero capace di stare in piedi fino all’una o le due di notte, con la luce di una piccola abat-jour, in estate tenevo la finestra aperta che dava sulle campagne e nel buio mi faceva compagnia il verso della civetta.

Sulla mensola alta c’era, con il volume basso perchè il resto della famiglia dormiva, un piccolo stereo acceso che a ripetizione suonava il concerto in Central Park di Simon e Garfunkel. Canzoni che ho imparato a memoria e che ricordo ancora oggi, persino le pause, i respiri e le urla del pubblico.

“Sound of Silence!..” . Boato della folla.

 

In quelle sere scrissi una poesia: Da soli non si è soli.

Amavo quei momenti, amavo la mia camera, amavo la mia scrivania che era il luogo magico dove nasceva la creatività.

 

Ci sono luoghi e momenti in cui ci formiamo, in cui creiamo noi stessi.

Una parte di me è nata in quella camera, in quelle notti d’estate, in quella solitudine.