Solidarietà femminile

La scorsa mattina aspettavo il mio turno nella saletta d’attesa per la mammografia.

Io e altre donne con età e abbigliamenti dei più diversi: la ragazza giovane vestita moderna, la signora con la pancetta stritolata in una tuta aderente, la mora alta vestita di maglia elegante e stivali neri.

Tutte in rigoroso silenzio ma con un rumore assordante riflesso negli occhi: speriamo andrà bene.

“Si prende il numero?”

“Chiamano loro?”

“Io ho l’appuntamento alle nove, e lei?”

In quella saletta l’aria è solo apparentemente rilassata ma in realtà tutte sappiamo che una ad una verremo chiamate, andremo dentro, ci spoglieremo, resteremo mezze nude in mezzo ad una grande stanza, davanti ad un macchinario che ci schiaccierà le tette fino a farci male, mentre una signora dai modi gentili ci scatterà foto che tutte speriamo verranno bene.

Ma bene bene, cioè nitide e senza sorprese tipo macchie, ombre strane o zone fuori fuoco.

 

Poi ci rivestiremo e passeremo nella stanza a fianco, dalla dottoressa che prima ci palperà delicatamente e poi con gel e sonda ci scruterà a fondo.

Sono momenti dove aspetti in silenzio il verdetto, dove rigetti persino l’idea di fare la battuta scema “che sesso è?” mentre guardi il video dell’ecografia, dove ti affidi all’esperienza di chi ti guarda negli occhi e racconta. Provi un moto d’affetto per questa persona che si sta prendendo cura della tua salute mentre tu, invece, l’ultima autopalpazione l’hai fatta forse cinque anni fa. Sono una bestia, ti dici in quei momenti.

 

Poi esci, rivestita alla bell’e meglio perchè tanto ti sistemerai nella saletta, infilando velocemente le carte in borsa.

La ragazza prima di me va via, salutando con un “In bocca al lupo a tutte” e io, in quel momento, le voglio bene.

In una saletta d’attesa, alle nove di mattina, si vive la solidarietà femminile.