il bastoncino

Con i cordoni ombelicali mica si scherza. Si rischia di far danni seri, di lasciare solchi che restano per anni e vanno poi colmati a fatica. Le relazioni sono fatte di equilibri sottili, di giusti spazi, chissà se hanno inventato un’unità di misura per la libertà (tanta, poca, quando, per quanto), si educa l’accoglienza, le diversità abissali si avvicinano con tanto sforzo e altrettanta fantasia, le disabilità sono da comprendere e certe alfabetizzazioni da inventare.

E dunque cosa vi insegno? Ad allacciarti i bottoni, a pulirti il culo, a dosare lo shampoo, ad annusare le persone, a scegliere i tuoi Maestri, a farti rapire dagli entusiasmi, a perseguire passioni, a comprendere i limiti, a dosare la tristezza, a rompere gli argini. Con misure diverse perchè non si crescono cloni, non siete fatti con lo stampino.

Mi sento investita di responsabilità enormi, dell’incertezza sugli esiti futuri (avrò fatto bene? avrò detto giusto? e dopo?), di lunghi elenchi della spesa (i biscotti che ti piacciono, le scarpe che sai allacciare, la pazienza per i momenti difficili) e accolgo il tuo dolore che spesso è intollerabile. Come ci riesci? mi chiedo.

Sarebbe più facile se tu fossi forte, perfetto, resistente, anche un po’ superficiale a volte. E invece ti è toccato in sorte il bastoncino corto della sensibilità, del porti domande, e nella tua strada un poco in salita questo bastoncino corto non ti serve nemmeno come appoggio.

Col tuo senso dell’umorismo, per fortuna in abbondanza, lo trasformerai in un bastoncino di pesce findus.

 

mateo e luca

 

 

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dialogo di una domenica sera

  • dai Mateo, fammi un massaggio alle gambe che sono cotta
  • va bene, ma fino alle otto, dopo facciamo una partita a briscola
  • no, la partita a briscola no. ti ho regalato cinque bustine per le carte dei pokemon
  • dove le hai prese?
  • è un segreto, non te lo dirò mai
  • quando sono grande me lo dici?
  • eh no, è un segreto
  • io sono bravo con i segreti, non dico quelli della Martina
  • la Martina farà quello che vuole, io i miei segreti non te li dico
  • mamma, ma hai la gamba molle!
  • sono grassa
  • la tua gamba sembra una mammella
  • ma sai cos’è una mammella?
  • sì, è dove esce il latte degli animali
  • bravo
  • tutti gli animali hanno le mammelle?
  • no, i serpenti ad esempio no
  • i cavallucci marini?
  • direi di no
  • mamma! ma che peli grandi che hai sulle gambe!
  • è per pungerti meglio!
  • ma cos’è che c’è nelle gambe?
  • la cellulite
  • e cos’è la cellulite?
  • è una roba molle
  • il cervello è molle
  • si, ma non ha la cellulite!
  • (canzoncina) LE BELLE MAMMELLE…
  • Mateo, non è proprio il caso che ti inventi una canzone così…

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i panni stretti

Tendenzialmente non auguro del male a nessuno, nemmeno alle persone più cattive o stronze. Quello del lanciare condanne  mi sembra un atteggiamento presuntuoso, un po’ come elevarsi a giudice morale. Ho l’armadio pieno di difetti ed errori che preferisco astenermi dal misurare i difetti e gli errori degli altri.

Ma vi è una tipologia di persone che da un po’ di tempo non digerisco e che mi stimola pensieri acidi: i genitori arroganti.

 

I genitori arroganti sono quelli che non vedono l’ora di giudicare i figli altrui, che si permettono altisonanti pareri educativi, che hanno sempre pronta una linea guida per tutti, che si allargano dentro a realtà famigliari senza conoscerne le dinamiche.

 

A volte accade che i figli altrui siano bambini con addosso storie difficili e oltre alle storie hanno pure dei limiti, che trasformano in un percorso ad ostacoli il loro inserirsi nel mondo. Sono bambini scomodi, bambini rompiscatole, bambini che non stanno fermi, spesso arrabbiati, frustrati, incompresi. Sono bambini che obbligano noi adulti a rivedere le modalità relazionali ed educative, che portano fuori dal tran tran comodo della tabellina imparata a memoria e dei pantaloni sempre puliti.

 

Questi genitori arroganti, che invece hanno figli costruiti bene, venuti sù senza spigoli, si meriterebbero un bambino scomodo.

Non dico sempre, non dico per tutta la vita, diciamo giusto qualche giorno.

 

Farebbe bene, a questi genitori arroganti, sperimentare i ritardi di apprendimento, gli handicap fisici, gli insuccessi scolastici, le lungaggini burocratiche, i tentativi falliti, i pregiudizi delle altre famiglie, i limiti di certi educatori.

 

Dopo qualche giorno in questa dimensione parallela che è il mondo del “non sono perfetto ma accidenti non è colpa mia”, imparerebbero a guardare questi bambini scomodi con occhi diversi, imparerebbero a vedere il bicchiere mezzo pieno di una diversità che, anche per i loro figli senza spigoli, diventa ricchezza.

Scoprirebbero che ad alcune persone serve una mano tesa, piuttosto che un dito puntato.

 

Che tipo di vita vuoi

Il collo sotto alla nuca di Mateo è nero. Ma non nero di sporcizia, è nero perchè di pelle scura, un color cioccolato fondente.

Con l’arrivo della bella stagione la sua pelle si scurisce al sole, passando da una tonalità marroncino chiaro, tipo caffellatte con poco caffè, a delicata tavoletta al latte.

La zona del collo, che invece è più scura di altre, è una zona che invoglia ad essere baciata, soprattutto quando ha l’odore del fresco risveglio estivo, innocenza di bambino mista a sudore.

Ci sono zone del corpo che si baciano più volentieri, ad esempio ho sempre amato moltissimo i piedi dei miei figli, anche quando puzzavano leggermente e fra le minuscole dita si formavano micro-palline di cotone dei calzini.

I bambini sono più simpatici quando hanno i piedi sporchi, soprattutto in estate quando gli resta il segno bianco dei sandalini.

Oppure quando hanno le righe delle mani marroni di terra dopo che hanno giocato in giardino.

 

Dei figli si amano più le imperfezioni, le cose non belle, i loro difetti li facciamo nostri e i loro errori stimolano quel senso materno di protezione.

Siamo orgogliosi dei loro successi ma è nelle difficoltà che il legame affettivo esce con forza.

Certi figli sono una strada in salita e non facilitano la vita che  a volte, anche solo per qualche frazione di secondo, si è tentati di volerla uguale uguale ad una rivista patinata: colorata, luccicante, pulita anche se finta.

Ma poi ci mancherebbero i lunghi sospiri, la pazienza che peschiamo da una riserva nascosta chissà dove, i calzini infilati per la terza volta, quel piccolo successo che è piccolo davvero ma che per noi è la conquista del K2.

Cosa sarebbe una giornata senza l’ennesimo pantalone bucato nelle ginocchia, senza il votaccio a scuola preso per tiraculaggine, il disordine sul tappeto o le due urla fatte prima di andare a letto.

Sarebbe una giornata noiosa. E chi la vuole, una vita noiosa?

 

 

 

 

 

 

 

Vabbè, pazienza

Tendo a gettarmi di corpo nelle mie decisioni, preferisco il rimorso al rimpianto.

Penso: meglio mangiarsi le dita per una frase o un gesto di troppo, che rovinarsi il fegato a vita per quell’attimo mancato.

Detto ciò, è comunque lungo l’elenco di occasioni che ho perso o che sono sfuggite mio malgrado ma sono abbastanza soddisfatta di non vantare grandi desideri.

Probabilmente in molti vorremmo rivedere (o vedere) Parigi, tornare ad indossare una taglia 44, buttarci in una notte di eccessi svegliandoci il giorno dopo freschi come rose.

Ci sono esperienze che se capitassero non farebbe schifo, ma personalmente ora preferisco desiderare piccole soddisfazioni che, forse data l’età, si trasformano in grandi vittorie: i cinque minuti lenti per un cappuccino, l’evitare il raffreddore questo inverno, sapere i propri figli sereni e via dicendo.

Se però il Genio della Lampada passasse sotto casa mia adesso, gli lancerei un fischio per farlo salire e gli chiederei di risolvermi quel piccolo tarlo che rode.

Perchè lo voglio ammettere che, se proprio potessi esprimere qualcosa di grosso, ecco, vorrei tanto aver avuto anche una figlia.

In certe giornate, di quelle un po’ malinconiche in stile “colori autunnali e tazza di the fumante”, mi capita di divagare col pensiero e immaginare che con una figlia femmina avrei parlato di com’è essere donna, le avrei riportato la mia testimonianza, le avrei narrato di battaglie, ferite e vittorie.

Avremmo parlato di rispetto della femminilità, di intelligenza, di coraggio, di autostima, di relazioni, di scelte controcorrente, di valore del sé.

Avrei tramandato un sapere femminile attraverso un’esperienza che sarebbe divenuta dono per le generazioni future.

Riportare tutto ciò ai miei figli maschi è un compito arduo, una vera sfida.
Lo devo fare, sapendo di parlare a chi sta “dall’altra parte della barricata”, con il rischio di restare una madre (donna) incompresa, di veder sminuite le mie battaglie o, peggio, di non trovare un terreno fertile dove far crescere un certo tipo di sensibilità.

Vabbè, pazienza. Lo so che il Genio non passerà, quindi è meglio che mi metta d’impegno.

E comunque lo ammetto: con una figlia femmina avrei giocato un po’ anche con la Barbie e non sempre e solo a calcio.

 

Tenere imperfezioni

Questi sono i bastoncini dei ghiaccioli che mio figlio lascia in tavernetta alla sera.

Il cestino dove buttarli è pressapoco a tre metri dal divano ma lui, essendo maschio e adolescente, non è capace di allungarsi. Probabilmente penserà che, dotati di vita propria, si alzeranno e andranno a gettarsi da soli.

Un po’ come quegli oggetti (calzini, mutande pulite, chiavi di casa, raccoglitore di fatture…) che gli uomini non trovano anche se posizionati davanti ai loro occhi: li vedi frementi nella ricerca e con la segreta speranza che ciò che stanno cercando si getterà nelle loro braccia urlando “Eccomi!… cieco che non sei altro!”.

Fino a qualche giorno fa questi legnetti sparsi per la stanza mi procuravano un gran nervoso, perchè ero quotidianamente costretta a raccoglierli o ad impartire ordini urlanti a mio figlio.

La scorsa mattina stavo uscendo di casa, ho allungato la mano nel gesto di afferrarli ma mi ha fermato un pensiero: “Quelli sono i bastoncini di mio figlio”.
Un’illuminazione che ha riversato su quei legnetti secchi un improvviso amore materno, trasformandoli da pattume a simboli del legame madre-figlio.
Sono uscita di casa senza buttarli e suppongo siano ancora là, probabilmente a quest’ora saranno diventati tre o quattro. 

La sera stessa ho guardato il caos di casa con un occhio diverso e ogni oggetto fuori posto è diventato armonico, segno di un passaggio disordinato ma vivo. 

Non lo sono io perfetta, figuriamoci se lo deve essere casa mia.