Promemoria

Sì, me lo ricordo che devo morire.

E potrebbe succedere domani, fra tre mesi, fra otto anni, persino dopo che ho scritto questo post.

Nessuno di noi conosce il momento della dipartita e se fino a qualche tempo fa non mi sarebbe dispiaciuto un breve suggerimento (giusto per prepararmi psicologicamente e in quel lasso di tempo godermi appieno la vita), ora non sono tanto più convinta di voler condividere tutta questa conoscenza. Probabilmente sarei terrorizzata da quella data che, se fosse poi troppo vicina, mi butterebbe nello sconforto di non avere abbastanza tempo per fare tutto ciò che vorrei fare.

Dicono che bisognerebbe vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, quindi amando chi dobbiamo amare (persino i nemici e le cognate rompipalle), perdonando chi dobbiamo perdonare (anche solo per bussare alle porte del Paradiso con animo leggero e sguardo impolorante), donando tutto di noi nel lavoro/famiglia/amici/volontariato e via dicendo tutti i settori in cui abbiamo firmato il registro di presenza.

Bisognerebbe arrivare in ufficio sorridendo, sai mai che crepi appena acceso il pc e la tua collega debba dire di te “veniva al lavoro sembre scorbutica”.

Bisognerebbe essere cortesi con clienti e fornitori, metti che esali l’ultimo respiro mentre ti incazzi per un insoluto di cinquemila euro e dicano poi di te “era diventato impossibile trattare con lei”.

Bisognerebbe rientrare a casa cinguettando e mettendosi subito ai fornelli, onde evitare di avere un ictus appena tolte le scarpe e la suocera vada a smalignare “era tanto sfaticata che andava sempre in rosticceria”.

Bisognerebbe adottare un monello a distanza, invitare la suocera a Natale, versare un contributo a Emergency, finanziare la nuova Chiesa del quartiere, firmare le petizioni, votare il politico di turno…

L’elenco di doveri per arrivare a morire con la coscienza a posto e quel senso di pieno appagamento è veramente lungo.

Personalmente non credo di farcela, quindi scarto a priori le porte del Paradiso e metto in conto di dovermi presentare al portone dell’Inferno, con il lungo elenco di “cose non fatte” scritto da cognata/suocera/clienti e con le gambe non depilate, perchè non ho avuto tempo nemmeno per andare dall’estetista.

E ora vado a mangiarmi una ciambellina alla cannella, se devo crepare almeno lo farò con gusto.

 

Me ne lavo le mani

Sto cambiando gli infissi di casa, ovvero le finestre. Da due giorni i falegnami hanno preso possesso delle stanze, invadendo con le impronte delle loro scarpe gli angoli privati e inzozzando di silicone persino l’aria.

I mobili spostati, le fotografie in cornice temporaneamente inscatolate per non rovinarle, i tappeti arrotolati, i ripiani, le mensole e i pavimenti invasi da trucioli e calcinacci, le nuove finestre (belle!) ricoperte da ditate e i vetri sporcati dalle righe di colla degli adesivi.

Una parte di me è drammaticamente abbattuta dalla fatica che richiederà riordinare il tutto.

 

Questa è una delle rare volte in cui, nella mia vita, vorrei tanto delegare ad altri (parente, amico, impresa di pulizie o Fata Turchina che sia) questo enorme compito.

Questi infissi  mi provocano un tremendo senso di deresponsabilizzazione.