il bastoncino

Con i cordoni ombelicali mica si scherza. Si rischia di far danni seri, di lasciare solchi che restano per anni e vanno poi colmati a fatica. Le relazioni sono fatte di equilibri sottili, di giusti spazi, chissà se hanno inventato un’unità di misura per la libertà (tanta, poca, quando, per quanto), si educa l’accoglienza, le diversità abissali si avvicinano con tanto sforzo e altrettanta fantasia, le disabilità sono da comprendere e certe alfabetizzazioni da inventare.

E dunque cosa vi insegno? Ad allacciarti i bottoni, a pulirti il culo, a dosare lo shampoo, ad annusare le persone, a scegliere i tuoi Maestri, a farti rapire dagli entusiasmi, a perseguire passioni, a comprendere i limiti, a dosare la tristezza, a rompere gli argini. Con misure diverse perchè non si crescono cloni, non siete fatti con lo stampino.

Mi sento investita di responsabilità enormi, dell’incertezza sugli esiti futuri (avrò fatto bene? avrò detto giusto? e dopo?), di lunghi elenchi della spesa (i biscotti che ti piacciono, le scarpe che sai allacciare, la pazienza per i momenti difficili) e accolgo il tuo dolore che spesso è intollerabile. Come ci riesci? mi chiedo.

Sarebbe più facile se tu fossi forte, perfetto, resistente, anche un po’ superficiale a volte. E invece ti è toccato in sorte il bastoncino corto della sensibilità, del porti domande, e nella tua strada un poco in salita questo bastoncino corto non ti serve nemmeno come appoggio.

Col tuo senso dell’umorismo, per fortuna in abbondanza, lo trasformerai in un bastoncino di pesce findus.

 

mateo e luca

 

 

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i panni stretti

Tendenzialmente non auguro del male a nessuno, nemmeno alle persone più cattive o stronze. Quello del lanciare condanne  mi sembra un atteggiamento presuntuoso, un po’ come elevarsi a giudice morale. Ho l’armadio pieno di difetti ed errori che preferisco astenermi dal misurare i difetti e gli errori degli altri.

Ma vi è una tipologia di persone che da un po’ di tempo non digerisco e che mi stimola pensieri acidi: i genitori arroganti.

 

I genitori arroganti sono quelli che non vedono l’ora di giudicare i figli altrui, che si permettono altisonanti pareri educativi, che hanno sempre pronta una linea guida per tutti, che si allargano dentro a realtà famigliari senza conoscerne le dinamiche.

 

A volte accade che i figli altrui siano bambini con addosso storie difficili e oltre alle storie hanno pure dei limiti, che trasformano in un percorso ad ostacoli il loro inserirsi nel mondo. Sono bambini scomodi, bambini rompiscatole, bambini che non stanno fermi, spesso arrabbiati, frustrati, incompresi. Sono bambini che obbligano noi adulti a rivedere le modalità relazionali ed educative, che portano fuori dal tran tran comodo della tabellina imparata a memoria e dei pantaloni sempre puliti.

 

Questi genitori arroganti, che invece hanno figli costruiti bene, venuti sù senza spigoli, si meriterebbero un bambino scomodo.

Non dico sempre, non dico per tutta la vita, diciamo giusto qualche giorno.

 

Farebbe bene, a questi genitori arroganti, sperimentare i ritardi di apprendimento, gli handicap fisici, gli insuccessi scolastici, le lungaggini burocratiche, i tentativi falliti, i pregiudizi delle altre famiglie, i limiti di certi educatori.

 

Dopo qualche giorno in questa dimensione parallela che è il mondo del “non sono perfetto ma accidenti non è colpa mia”, imparerebbero a guardare questi bambini scomodi con occhi diversi, imparerebbero a vedere il bicchiere mezzo pieno di una diversità che, anche per i loro figli senza spigoli, diventa ricchezza.

Scoprirebbero che ad alcune persone serve una mano tesa, piuttosto che un dito puntato.

 

Un’ampia paletta cromatica

Sono in banca, in fila alla cassa. Nell’attesa mi guardo intorno: una signora anziana con la gobba, una ragazza di colore con le treccine, un uomo di mezza età con ciabatte che andavano di moda negli anni ’80,  un ragazzo con i capelli alla moicana.

Certo che la gente è proprio strana.

Comincio a fare un elenco di tutte le persone che conosco.

 

C’è il prete che è inciampato in una storia d’amore, la ragazza che ha adottato un bimbo down, l’amico religiosissimo che mai avrei pensato si separasse, quello diventato frate infine sposato. Poi amici ciccioni, amici magrissimi, amici bassi, amici passati attraverso storie difficili, amici che hanno fatto scelte impegnative, amici che si spendono per il sociale, amici che non trovano l’Amore, amici stravaganti, amici creativi, amici lontani.

Chi ama il jazz, chi è intellettuale, chi è in giro per il mondo, chi è omosessuale, chi ha i tatuaggi, chi non si accontenta ed è alla continua ricerca, chi parla tanto, chi parla poco, chi ha un carattere anarchico.

 

L’elenco è lungo e potrebbe proseguire ma questo mi basta per riflettere quanto sia abbondante di diversità la mia vita e quanto sia importante mantenerla tale. Le storie sono le più disparate e non voglio cedere ai giudizi, ai pregiudizi, alle limitazioni, agli stereotipi perchè sono certa di poter diventare una persona ricca solamente grazie alla varietà del genere umano, con tutte le sue scelte del caso, che siano i capelli alla moicana o uno stile di vita alternativo.

E poi anche i tamarri, a mio avviso, possono essere molto simpatici.

 

 

 

 

 

 

Questione di andatura

Oggi ero ferma alla rotonda della zona industriale, fremente di arrivare a scuola per ritirare lo scolaro. Davanti a me una vecchia Fiat Uno bianca, con una evidente ammaccatura nel portellone posteriore e vari segni, graffi di storiche avventure.

La sua partenza era lenta e anche l’andatura, una volta superata la rotonda, era decisamente in stile moviola calcistica; l’autista era una ragazza con occhiali modello fondo di bottiglia e un aspetto di quelli che noi donne di mondo battezziamo come “sfigato” (manco fossimo noi delle eccellenze in fatto di bellezza/intelligenza/saggezza e via dicendo).

Lo ammetto, il primo pensiero è stato un “DAI-MUOVITI” a lettere maiuscole, e l’ho superata con un rombo che per un diesel è tutto dire.

Mentre scorrevo sulla tangenziale, però, è passata la rabbia ed è sopraggiunto un pensiero di tenerezza verso questa ragazza che si trovava a guidare un’auto vecchia e scassata in una realtà, quella della strada, che è divenuta come una giungla e se non sei un predatore fai la fine della timida gazzella.

Ho rivisto mentalmente la sua vecchia Fiat Uno bianca con l’ammaccatura e l’andatura lenta, riflettendo, con una metafora, che la strada è come la società.

Ci sono i macchinoni giganti e orgogliosi, le quattro ruote motrici, i cambi automatici e i gadget di lusso, ma ci sono anche le vecchie Fiat Uno, le Panda color verde acido e le Clio vecchio modello.

Sulla strada, come nella vita, ci sono i potenti che vanno veloci e ci sono i poveretti che sono costretti ad accontentarsi di una velocità entro i limiti.

Qualcuno ha detto, però, che gli ultimi…