forse ce la facciamo

Sicuramente l’albero immenso o forse no o magari piccolo per non fare i bastian contrari, il presepe è un impegno quindi resta nello scatolone con il muschio che si sparpaglia sul pavimento insieme al foglio con la notte stellata da attaccare al muro che lascia i segni dello scotch, i tortellini del 25 si potrebbero saltare perchè ormai è natale tutto l’anno e quel giorno non avremo nemmeno fame ma sarà solamente appetito, ogni anno qualcuno esclama non-c’è-bisogno-di-nulla ma un pacchetto esce sempre perchè non si è abituati a darsi solo un abbraccio caloroso e a volersi bene veramente, il planning per incastrare pranzo/cena con famiglie/parenti/amici, i banchetti con la stella e la donazione visto che a natale il portafoglio si intenerisce e la coscienza chiude il cerchio come se il resto dell’anno non esistessero nè poveri nè malati, la polemica dei canti natalizi vietati nelle scuole e mi chiedo se il Dio Cristiano sia così d’accordo nel creare separazioni e distanze nel Suo nome, interminabili file nei negozi per un gadget che chissà se rappresenta davvero il nostro sentimento, il proposito annuale di non ripetere un natale barocco ma dobbiamo essere più buoni e basta.

Come un panettone, succede alla fin fine.

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non si butta nulla

Si dovrebbe inventare un corso e chiamarlo Educazione al Dolore.

Perché questo dolore bisogna impararlo a maneggiare, senza vomitarlo fuori con troppa violenza né tenerlo compresso nella pancia, che poi a lungo andare fa male.

E perché di dolore ce n’è tanto in giro, a saperle ascoltare bene le persone lanciano messaggi in bottiglia: una parola in mezzo alla frase, un respiro trattenuto, un lumino spento dentro gli occhi. Sono dichiarazioni sottili, gridate sottovoce, sorrisi fasulli in prima pagina che confondono, queste persone seminano chi prova ad inseguirle.

E’ dolore sottoforma di rinunce, di solitudini, di quotidianità senza più sogni, di fracassi interiori che non si quietano, di logorroiche inquisizioni mentali che si rincorrono.

Che farsene, di tutto questo dolore.

Forse custodirlo, con amorevole pudore, dentro a mani accoglienti per renderlo fertile di altra speranza.

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giusto un soffio

Mi piace la domenica mattina con l’autunno grigio, l’aria umida senza rumori. Bisogna prendere l’auto e girare, girare, girare per strade di campagna senza una meta.

Sono finita a Canolo di Reggio Emilia, alla Polisportiva La Canolese che ha anche i campi da bocce. Alla ragazza del bar, giovanissima e vestita di nero, ho chiesto un cappuccino e intanto guardavo il tavolo con i vecchi che giocavano a carte.

Certi luoghi hanno una poesia che viene dal poco, una poesia di periferia. Tanta campagna e qualche palazzina costruita recentemente, la chiesa e su un lato il campetto da calcio, il forno, il market, un bar e poco altro.

Sono luoghi che fanno poesia anche per il postino: Via del Dottore, Via dell’Olmo, Via del Sarto, Via Forca e persino Via Morta.

Bisognerebbe inventare un premio per queste atmosfere immobili, per i cartelloni sbiaditi, per le insegne a pennarello, per le piastrelle antiquate, per quella quiete d’animo che fa prendere respiro. Anche solo per qualche domenica mattina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sense of rumor

Mateo: mamma, è vero che il cellulare ha le onde che arrivano in faccia?
Mamma: si è vero, quando scrivi e mandi i messaggi ci sono delle onde quasi come quelle dell’elettricità che arrivano sul corpo. ecco perchè bisogna tenerlo lontano e usarlo poco.
Mateo: anche il mio cellulare ha le onde?
Mamma: ma noooo..il tuo cellulare è di plastica, è finto.
Mateo: il mio cellulare ha le onde finte…

 

(davanti allo stand che vende sale dell’Himalaya in pezzi grossi)
Mamma: guarda Mateo, quello è sale. Hai visto che pezzi giganti?
Mateo: mamma mia! è un salone!!…

 

Nella disabilità fa rumore ciò che manca. Bisognerebbe valorizzare ciò che rimane, anche se silenzioso.

 

 

perchè in spiaggia leggo poco

Nel grande borsone estivo Jonathan Franzen si blocca a pagina 64 e non certo perchè sia poco interessante.

Ad un certo punto alzo gli occhi dalla pagina e vedo il massaggiatore cinese che si aggira per gli ombrelloni con un cappello di bambù mentre il venditore nero ha il vestito stampato nei colori africani, il turista tedesco beve una lattina di birra ed è un tale clichè che vorrei offrirgli un Chinotto, il papà che si sforza di fare una enorme buca di sabbia e poi la figlia disinteressata e aggiungo ingrata se ne va con l’amichetta, una donna di pelle nera distesa ad abbronzarsi su un asciugamano leopardato e a me sono sempre state simpatiche le donne nere che si vestono con fantasie tigrate o leopardate perchè mi sembra una specie di riscatto delle loro origini, il marito che legge Auto d’Epoca e la moglie Novella 2000, la bella ragazza bionda con i brufoli sulle chiappe e io penso che ogni tanto c’è un po’ di giustizia a questo mondo, ragazzi con tatuaggi tribali che temo nel ritorno del cannibalismo, canotti enormi che sembrano scialuppe di salvataggio e occupano spazio come un miniappartamento, un nano, il ragazzo che urla per il cocco bello e vorrei comprarlo ma poi penso alle norme igienico-sanitarie e all’Asl che mi sgrida, il venditore di radioline e bastoni per selfie che è vestito con pantaloni lunghi e una camicia pesante e mi chiedo come possa sopportare tutto questo caldo, tre signore piuttosto anziane impegnate ad abbronzarsi con il bikini e ripenso a mia nonna che dopo una certa età ha sempre indossato i suoi eleganti copricostume di cotone leggero a fiorellini, bambine con gambe lunghe magre e io che mi diverto ad immaginarle a 40 anni con i fianchi larghi e la cellulite sulle cosce, la bimba che piange perchè non trova la mamma e mentre io cerco di aiutarla mi chiedo la prendo per mano o i bambini degli altri è meglio non toccarli?

Che storie magnifiche si leggono in spiaggia.

 

 


 

 

 

 

 

 

lo specchio sul futuro

Una parola per questi Vecchi che tracollano da un giorno all’altro, senza preavviso, senza una programmazione, nemmeno una notifica sul cellulare. Un’autonomia che svanisce nel giro di qualche minuto, una quotidianità stravolta che coglie tutti impreparati come una lezione di scuola non studiata.

A guardarlo da dentro, l’universo dei Vecchi è complesso, si struttura di regole quasi maniacali che reggono un castello di abitudini: dall’orario dei pasti a quella particolare marca di biscotti. Difficile imporre nuove norme o semplificazioni, bisogna quasi essere cattivi per scardinare certe rigidità. Perchè i Vecchi sono orgogliosi, pensano di avere sempre ragione e di saper fare tutto bene, anche quando si rifiutano di prendere la pastiglia.

E’ un universo fatto di case un po’ disordinate, frigoriferi da controllare, sportine colme di medicinali, telefoni con i tasti grandi, pavimenti senza tappeti, minuti che scorrono con lentezza. I corpi hanno odori forti, macchie sulla pelle, mutandoni e pigiami comodi.

E’ un universo delicato perchè i Vecchi soffrono in silenzio la perdita della libertà di guidare l’auto, di lavarsi da soli, di capire le istruzioni della raccolta differenziata, di rammentare il canale sky con le partite di calcio.

I Non-Vecchi sono ospiti che incarnano quel Tempo che non torna più, e in quell’universo è richiesto di entrare in punta di piedi e con le mani empatiche. E magari usando pure le pattine.

 

 

 

il popolo nascosto

Cominicio a pensare che siano in tanti, che non si tratti di qualche caso isolato ma sia un vero e proprio popolo che in forma anonima percorre le nostre strade, incontriamo al bar, in fila al supermercato. E’ un popolo timido, particolarmente riservato, introspettivo fino alla lacerazione, abituato a momenti di profonda solitudine; i tratti fisici sono uno guardo intensamente smarrito, una voce sussurata e a tratti rotta, un corpo devastato dalla tensione.

Come le tribù amazzoniche di cui si scopre tardi l’esistenza, anche questo popolo ha tradizioni e riti condivisi da quanti vi appartengono: l’appuntamento settimanale con l’esperto, le dosi scritte, le cicatrici da curare, le lacrime prima di addormentarsi, le domande pesanti.

Si riconoscono fra di loro perchè il corpo è attraversato da una speciale corrente che ne mette in comunicazione le anime, utilizzano un linguaggio essenziale di cui le parole predominanti sono Dolore, Smarrimento, Ferita.

Quasi tutti gli appartenenti, ad un certo punto, rivoluzionano la loro Vita dandole una brusca sterzata, cambiando abitudini, casa, amici e, a volte, banalmente, il guardaroba. La quotidianità vissuta sino a ieri va stretta e avvertono l’urgente esigenza di ritornare alle origini di loro stessi, della loro primordiale Natura per trovare risposte adeguate al misterioso malessere di cui sono portatori.

Dire che si tratta di un popolo felice è azzardato, è un popolo in cammino su solitari percorsi che possono portare a vette di rinnovata comprensione. E’ un popolo che guarda all’Essenza delle Cose, per questo motivo non fa molto chiasso.

 

 

 

verso l’infinito e oltre

Ci sono scrittori che sanno portare sulle loro pagine quegli stati d’animo che io, da lettrice-comune-mortale, sperimento nella quotidianità ma che difficilmente so esprimere a parole, e quando li incontro su carta avverto sempre quella sensazione di stupore anche-io-provo-questa-cosa! Ammiro questi scrittori quanto quelli che sanno portare la mia fantasia, e quasi pure il mio corpo, lontano dalla stanza in cui sto leggendo.

Poi ci sono scrittori complicati e leggerli è una sfida per la limitata capacità dei miei neuroni, soprattutto quando il romanzo o il racconto assomigliano più ad un trattato di psicologia.

In questo momento, ad esempio tanto per citarne uno, sono alle prese con David Foster Wallace i cui libri, tre, giacevano inermi sul mio comodino da molti mesi. Non ricordo quale concatenazione di eventi abbia ridato vita a quei tre libri ma qualche giorno fa, con coraggio o testardaggine, dipende da come si guarda, li ho ripresi in mano.

Ora posso dirlo: David W.F. è geniale. Cioè, a me sembra proprio un genio, una persona che doveva avere un’intelligenza così portentosa che probabilmente era pure un peso portarsela addosso. Tipo sobbarcarsi la salvezza del mondo intero. E’ un vero peccato che ci abbia lasciati orfani di tanta sovrabbondante bellezza (stesso dicasi per Raymond Carver che vorrei tanto poter resuscitare).

Ci sono, in generale, libri che sono come mangiare patatine fritte: provocano un immediato godimento, se ne percepisce la piacevolezza con estrema facilità. Poi ci sono libri che sono come mangiare le verdure: si sa che fanno bene alla salute ma ingoiarle richiede un impegno titanico. David W.F. è come le verdure, o come lo jogging alle sei del mattino o come la visita dal dentista: io SO che ne trarrò beneficio, ma solo DOPO una grande fatica.

Leggere David W.F. è, infatti, faticosissimo, richiede una concentrazione al di sopra di ogni immaginazione e non è escluso che debba rileggere la stessa frase svariate volte prima di coglierne il senso. L’esperienza mi provoca una insolita pressione intracranica, mi fa precipitare in abissi di infinita introspezione (una sorta di autoipnosi analitica), stimola un logorroico dibattito fra i miei vari IO grazie alle pagine farcite di pensieri così meravigliosamente intricati e profondi.

Tuttavia, nonostante questi preoccupanti sintomi psico-degenerativi, io amo David W.F. non solo perché è dannatamente sfidante per le mie capacità (e Dio solo sa quanto io ami le sfide) ma soprattutto perchè quando i miei poveri neuroni si illuminano di comprensione, in quel preciso istante è come essere toccati dalla Sacra Divinità del Geniale Intelletto.

(fra un libro e l’altro ammetto di dovermi rilassare con le etichette dei detersivi)