il bastoncino

Con i cordoni ombelicali mica si scherza. Si rischia di far danni seri, di lasciare solchi che restano per anni e vanno poi colmati a fatica. Le relazioni sono fatte di equilibri sottili, di giusti spazi, chissà se hanno inventato un’unità di misura per la libertà (tanta, poca, quando, per quanto), si educa l’accoglienza, le diversità abissali si avvicinano con tanto sforzo e altrettanta fantasia, le disabilità sono da comprendere e certe alfabetizzazioni da inventare.

E dunque cosa vi insegno? Ad allacciarti i bottoni, a pulirti il culo, a dosare lo shampoo, ad annusare le persone, a scegliere i tuoi Maestri, a farti rapire dagli entusiasmi, a perseguire passioni, a comprendere i limiti, a dosare la tristezza, a rompere gli argini. Con misure diverse perchè non si crescono cloni, non siete fatti con lo stampino.

Mi sento investita di responsabilità enormi, dell’incertezza sugli esiti futuri (avrò fatto bene? avrò detto giusto? e dopo?), di lunghi elenchi della spesa (i biscotti che ti piacciono, le scarpe che sai allacciare, la pazienza per i momenti difficili) e accolgo il tuo dolore che spesso è intollerabile. Come ci riesci? mi chiedo.

Sarebbe più facile se tu fossi forte, perfetto, resistente, anche un po’ superficiale a volte. E invece ti è toccato in sorte il bastoncino corto della sensibilità, del porti domande, e nella tua strada un poco in salita questo bastoncino corto non ti serve nemmeno come appoggio.

Col tuo senso dell’umorismo, per fortuna in abbondanza, lo trasformerai in un bastoncino di pesce findus.

 

mateo e luca

 

 

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la verità, nient’altro che la verità

Qualche giorno fa telefono a Martina, educatrice di un centro per ragazzi adolescenti disabili. Buongiorno Martina, mi servirebbero informazioni. Una telefonata delicata, un po’ impacciata perchè a spiegare la disabilità ci sono tanti termini e ancora non ho capito quali siano i migliori. O forse ciascuno ha i suoi, creati a misura della propria situazione.

Handicappato pare non essere più politically correct, anche se poi alla fine l’operatore ecologico resta sempre uno spazzino.

Diversamente abile lo trovo lunghissimo, peggio di un codice fiscale. E poi mi sembra di sruffianare un po’. Cioè,  te lo infiocchetto per bene ma il succo è che sei handicappato.

Disabile mi esce meglio, è breve ed identifica subito il problema. Anche se a pensarci bene siamo tutti disabili in qualcosa, ma meglio non fare troppa filosofia.

Speciale mi piace, è carino, delicato, sembra di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Portatore di handicap è serioso, una roba imponente che sa di Prescelto: Tu Sei Il Grande Portatore Di Handicap E Salverai La Terra.

Invalido mi ricorda uno zoppo, o uno che s’è fatto male in fabbrica. Fa molto certificazione burocratica.

Minorato assomiglia a ritardato, oppure mongoloide che si diceva quando eravamo bambini. Probabilmente questi termini non esistono nemmeno più nella Treccani.

Poi c’è la lunga sfilza dei diversonon ci arriva, è un poverino, svantaggiato, sfortunato.

Quante parole abbiamo a disposizione! Noi che pensavamo di essere in svantaggio  invece abbiamo un vasto assortimento di vocaboli, definizioni, concetti, sinonimi, sfumature da inserire sul biglietto da visita.

Che sfortuna quelli che devono accontentarsi di un banale sono normale.

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dialogo di una domenica sera

  • dai Mateo, fammi un massaggio alle gambe che sono cotta
  • va bene, ma fino alle otto, dopo facciamo una partita a briscola
  • no, la partita a briscola no. ti ho regalato cinque bustine per le carte dei pokemon
  • dove le hai prese?
  • è un segreto, non te lo dirò mai
  • quando sono grande me lo dici?
  • eh no, è un segreto
  • io sono bravo con i segreti, non dico quelli della Martina
  • la Martina farà quello che vuole, io i miei segreti non te li dico
  • mamma, ma hai la gamba molle!
  • sono grassa
  • la tua gamba sembra una mammella
  • ma sai cos’è una mammella?
  • sì, è dove esce il latte degli animali
  • bravo
  • tutti gli animali hanno le mammelle?
  • no, i serpenti ad esempio no
  • i cavallucci marini?
  • direi di no
  • mamma! ma che peli grandi che hai sulle gambe!
  • è per pungerti meglio!
  • ma cos’è che c’è nelle gambe?
  • la cellulite
  • e cos’è la cellulite?
  • è una roba molle
  • il cervello è molle
  • si, ma non ha la cellulite!
  • (canzoncina) LE BELLE MAMMELLE…
  • Mateo, non è proprio il caso che ti inventi una canzone così…

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suvvia

Se io avessi un brand lo chiamerei Genoveffa. Magari Genoveffa – Paris così sarebbe molto più chic.

Col mio brand Genoveffa – Paris ci aprirei un negozio in uno dei paesi più poveri del mondo, tipo nel Burundi o in Liberia, che non sono nemmeno paesi del terzo mondo ma del quarto mondo, come quando si dice di certe malattie “è al quarto stadio”. Una povertà gravissima.

Nel mio negozio ci venderei roba elegantissima: stivali con il tacco 12, cappotti in cammello, minigonne di paillettes, maglioncini in cachemire, pantaloni argentati. Tutta roba molto pratica, funzionale. Ovviamente taglie tipo la 36 o la 38, perchè le analisi di marketing con la profilazione del target delle potenziali consumatrici hanno evidenziato che il prodotto curvy, in Burundi e in Liberia, non avrebbe sufficiente rotazione di vendita rischiando di generare una perdita nel fatturato stimato nel prossimo triennio. Sempre che domattina non arrivi un colpo di stato a vanificare il mio progetto triennale, questi sono paesi non facili per fare stime di marketing.

Farebbe un figurone il mio negozio Genoveffa – Paris nel centro della piazza del Burundi o della Liberia. Con la grande insegna dotata di duecento lampadine a tortiglione di colore ovviamente bianco, accese anche di notte per tenere lontani i leoni e i ghepardi, sai mai che tentassero di pisciare sulla porta come fanno i gatti di casa nostra. In Africa mica hanno le bottiglie di acqua ai lati della porta come fanno i pensionati del mio quartiere. Cioè, non è che non hanno le bottiglie, proprio non hanno l’acqua.

A guardare la mia insegna i paesi vicini, tipo la Tanzania o la Guinea, morirebbero di invidia, oltre che di fame, di malaria, di HIV e di diarrea.

Con un minimo di spesa di ottomila euro distribuirei gadget fichissimi tipo l’abbonamento per dieci sedute sul lettino autoabbronzante o un buono sconto per il tatuaggio delle sopracciglia. I miei gadget sarebbero di altissimo livello rispetto a quelli che vengono distribuiti da chissà quale negozio come ho visto fare qui in giro: kit sanitari o kit di medicinali di base o kit ostetrici.

Ma io dico: tutta questa gente che parrebbe sempre affamata, questa storia da telegiornale della fame nel mondo, le foto dei bambini denutriti… visto che a questi del Burundi e della Liberia gli piacciono tanto i kit, potrebbero mica distribuirgli le scatolette kit e kat? Suvvia, un pochino di ingegno…

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senza trolley

Non saprei dire se è questione di anni che passano e di energie che si smorzano ma da qualche tempo quando ho voglia di visitare qualche posto nuovo non ho la smania di partire per il Giappone o l’Australia o il Grand Canyon. Mi basta prendere l’auto e fare qualche chilometro, che di posti nuovi e belli ce ne sono tanti anche vicino a casa. Oggi sono andata a Brescello perchè ero curiosa di vedere da vicino la piazza di Don Camillo e Peppone, poi Sabbioneta con le sue antiche mura, la pianura mantovana avvolta dalla nebbia e pioppeti fotografati di corsa dall’auto. Nebbia e pioppeti saranno anche monotoni  dopo un po’ ma a me non stancano mai. Alla trattoria da Ginen a Belforte ci sono piatti tipici con il luccio, il pesce gatto, le rane fritte, le cotiche coi fagioli, la trippa. Roba d’altri tempi che di fianco al listino dovrebbero mettere pure le calorie. Il fiume Po visto dai ponti, gli argini con le garzette, i paesi con le casette dai colori pastello, la frazione Quattrocase che un po’ tutti i paesi ce l’hanno, i cimiteri dai cancelli imponenti manco fossero ville hollywoodiane, il Tropical Bar nel centro del paesino rimasto fermo agli anni 60. Ci riflettevo, in auto, che a me del Giappone e dell’Australia e del Grand Canyon non interessa più tanto e sono questi luoghi e queste nebbie che mi toccano da vicino e pure dentro. Forse sono rassicurazioni, forse la ricerca di luoghi “che san di casa mia”, forse la scoperta di un esotico che è dietro l’angolo. Oppure, come diceva Proust, ad un certo punto della vita è sufficiente avere occhi nuovi e nessuna valigia.

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forse ce la facciamo

Sicuramente l’albero immenso o forse no o magari piccolo per non fare i bastian contrari, il presepe è un impegno quindi resta nello scatolone con il muschio che si sparpaglia sul pavimento insieme al foglio con la notte stellata da attaccare al muro che lascia i segni dello scotch, i tortellini del 25 si potrebbero saltare perchè ormai è natale tutto l’anno e quel giorno non avremo nemmeno fame ma sarà solamente appetito, ogni anno qualcuno esclama non-c’è-bisogno-di-nulla ma un pacchetto esce sempre perchè non si è abituati a darsi solo un abbraccio caloroso e a volersi bene veramente, il planning per incastrare pranzo/cena con famiglie/parenti/amici, i banchetti con la stella e la donazione visto che a natale il portafoglio si intenerisce e la coscienza chiude il cerchio come se il resto dell’anno non esistessero nè poveri nè malati, la polemica dei canti natalizi vietati nelle scuole e mi chiedo se il Dio Cristiano sia così d’accordo nel creare separazioni e distanze nel Suo nome, interminabili file nei negozi per un gadget che chissà se rappresenta davvero il nostro sentimento, il proposito annuale di non ripetere un natale barocco ma dobbiamo essere più buoni e basta.

Come un panettone, succede alla fin fine.

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non si butta nulla

Si dovrebbe inventare un corso e chiamarlo Educazione al Dolore.

Perché questo dolore bisogna impararlo a maneggiare, senza vomitarlo fuori con troppa violenza né tenerlo compresso nella pancia, che poi a lungo andare fa male.

E perché di dolore ce n’è tanto in giro, a saperle ascoltare bene le persone lanciano messaggi in bottiglia: una parola in mezzo alla frase, un respiro trattenuto, un lumino spento dentro gli occhi. Sono dichiarazioni sottili, gridate sottovoce, sorrisi fasulli in prima pagina che confondono, queste persone seminano chi prova ad inseguirle.

E’ dolore sottoforma di rinunce, di solitudini, di quotidianità senza più sogni, di fracassi interiori che non si quietano, di logorroiche inquisizioni mentali che si rincorrono.

Che farsene, di tutto questo dolore.

Forse custodirlo, con amorevole pudore, dentro a mani accoglienti per renderlo fertile di altra speranza.

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giusto un soffio

Mi piace la domenica mattina con l’autunno grigio, l’aria umida senza rumori. Bisogna prendere l’auto e girare, girare, girare per strade di campagna senza una meta.

Sono finita a Canolo di Reggio Emilia, alla Polisportiva La Canolese che ha anche i campi da bocce. Alla ragazza del bar, giovanissima e vestita di nero, ho chiesto un cappuccino e intanto guardavo il tavolo con i vecchi che giocavano a carte.

Certi luoghi hanno una poesia che viene dal poco, una poesia di periferia. Tanta campagna e qualche palazzina costruita recentemente, la chiesa e su un lato il campetto da calcio, il forno, il market, un bar e poco altro.

Sono luoghi che fanno poesia anche per il postino: Via del Dottore, Via dell’Olmo, Via del Sarto, Via Forca e persino Via Morta.

Bisognerebbe inventare un premio per queste atmosfere immobili, per i cartelloni sbiaditi, per le insegne a pennarello, per le piastrelle antiquate, per quella quiete d’animo che fa prendere respiro. Anche solo per qualche domenica mattina.