Resta di stucco

Barbara aveva cinquant’anni e lavorava come donna barbuta al Circo delle Meraviglie, anche se di meraviglioso non c’era nulla nell’essere un fenomeno.

Se ne stava seduta per ore, su un vecchio palco di legno, a farsi ammirare dagli spettatori paganti e nel frattempo pensava “che barba, che noia”.

In quegli interminabili momenti divagava col pensiero, non v’era altro sistema per far passare la giornata, e con lo sguardo perso nel vuoto andava alla sua vita passata, cercando tracce di felicità.

Da bambina amava guardare la televisione e la sua trasmissione preferita erano i Barbapapà, avrebbe voluto sposare Barbabarba che sicuramente sarebbe stato un marito perfetto. Giocava con la sua amata Barbie per ore, chiusa nella piccola camera. Le amiche la chiamavano “Barbara la barbuziente” per via della sua timidezza e lei preferiva la solitudine e il silenzio al vociare di quelle perfide coetanee.

Il barbiere del paese l’aveva chiesta in moglie ma lei a vent’anni aveva ben altri sogni che finire in bottega, e così aveva scelto la vita zingara del Circo dove lì, almeno, aveva un suo posto speciale.

Divideva una piccola casa, sulla punta estrema delle Barbados, con un bastardo tutto bianco comprato al canile che lei aveva chiamato Barbanera.

Sul retro della casa vi era un piccolo orto coltivato a barbabietole, unica eredità del suo povero babbo. Nelle calde sere d’estate arrostiva salsicce sul barbecue in giardino, bevendo bottiglie di Barbera nel triste bicchiere di plastica.

Un giorno di dicembre arrivò un’alba più densa del solito e il vecchio palco di legno del Circo delle Meraviglie le sembrò una cosa lontana. Stanca degli spettatori paganti e dei loro sguardi curiosi, Barbara si tolse la vita con una manciata di barbiturici. Lasciò la ciotola piena a Barbanera e un biglietto sul tavolo: “La vita è solo un barbatrucco”.

 

 

 

 

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