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Una risata mi seppellirà

Postato da il 09 mag 2012

Sono in preda ad una crisi fotografica.

Vabbè che fra crisi esistenziali, crisi d’identità o crisi di panico sono sotto ogni  3×2, ma nelle ultime settimane sono alle prese con dubbi artistici.

In un momento di profondo sconforto ho chiesto ad un amico: “ma io, che ci devo fare con la mia fotografia?”. E lui: ” l’unica risposta possibile: DIVERTIRTI!”.

 

eh eh eh..vecchio diavolo, ho pensato io.

 

Una bella risposta davvero. Perchè  in un solo colpo ha fatto un falò di termini come dettagli tecnici, strumenti di fruizione, visibilità, condivisione, digitale e analogico, veicolatori di idee, cultura dell’immagine e via dicendo.

Divertirmi con la fotografia, una bella sfida.

 

Dai, mi piace. E se provassi anche ad allargarla alla Vita?

 

 

 

 

 

 

 

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La domanda giusta

Postato da il 06 mag 2012

Quale felicità c’è ora nella tua vita?

 

C’è una felicità che è un leggero sottofondo musicale, una delicata melodia, un benessere instillato nel profondo. Riscalda come il sole tiepido delle domeniche di settembre, l’atmosfera che sa di rilassatezza. Potrebbe cadere il mondo che non te ne frega nulla perchè tu hai dentro quella quiete e niente di smuove, niente di tocca.

 

Poi c’è la felicità che fa saltare il cuore, come al rumore dei fuori d’artificio. BUM! TAM! I battiti fanno un balzo che ti sembra di uscire dal corpo per la tanta energia che rilascia. Ti si rizzano quasi i capelli e trattieni a stento un sorriso che diventa come un riflesso automatico. Le mani tremano, sudano, si ingarbugliano i mille pensieri, è quasi un dolore fisico.

 

C’è la felicità misteriosa, che arriva inaspettata. Sei in auto, vai al lavoro, c’è la fila in tangenziale e senza capire quale strano labirinto abbiano percorso i tuo pensieri ti senti improvvisamente invadere da una profonda calma, come se avessi fatto pace con il mondo intero, con i tuoi difetti, con i tuoi tanti casini. Non t’importa più nulla se non quel pensiero a cui resti aggrappata fintanto che dura, anche lo spazio di pochi secondi.

 

C’è la felicità che sembra parvenza di felicità. La avverti sfumata, timida, a pezzi e ti chiedi se sia davvero felicità perchè non la riconosci. Pensi che dovrebbe farti battere il cuore ma invece ti lascia indecisa, dubbiosa e con l’amaro in bocca perchè vorresti qualcosa di più forte, di più corposo.  Quasi quasi preferiresti un’infelicità che spezza il cuore piuttosto che quell’oscillante condizione ma poi ti accontenti, pensando che la felicità ha tante sfumature e l’importante è che qualcuna di queste sfumature ti tocchi l’anima.

 

Perdonami, forse all’inizio ho posto la domanda sbagliata.
C’è una felicità ora nella tua vita?

 

 

 

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Fai un grosso respiro

Postato da il 26 apr 2012

Fra le molteplici situazioni della Vita, ve ne sono alcune che ci incastrano controvoglia in posizioni di frustrante immobilità, dove ci si sente di non procedere in alcuna direzione nonostante le idee chiare. Un po’ come quando le auto parcheggiate davanti e dietro ci bloccano l’uscita e non restano che due soluzioni: 1) rompere i fanalini per uscire, 2) attendere che arrivi una delle due auto per avere più spazio ed uscire fluidamente.

 

In queste situazioni non si è padroni di se stessi, non si può, con una nostra mossa, smuovere l’incastro se non forse causando enormi danni.

Parole che diventano offese, toni che si alzano in urla, atteggiamenti che si trasformano in sgarbi; meglio allora attendere il Tempo giusto affinchè qualcuno o qualcosa fuori da noi ci venga in soccorso.

 

Aspettare non è sempre facile, i minuti sono preziosi, sembra che gli istanti della Vita ci scappino dalle mani; come se in quella situazione di immobilità il nostro corpo prendesse ad invecchiare più velocemente e a noi non restasse che guardarci perdere terreno. Accidenti!…. il Momento Decisivo era proprio quello, ci diciamo spaventati.

 

Se ci sono situazioni in cui occorre prendere il coraggio a due mani, e trasformare il desiderio in azione,  ve ne sono altre in cui l’attesa diventa tempo per guardarsi dentro, per rallentare i ritmi a favore di uno sguardo più in profondità sul mondo e sull’Altro.

L’immobilità costringe a mettere le distanze fra noi e il resto, confidando non più solo in noi stessi ma delegando ad Altri, al Tempo, ad un Momento migliore, la soluzione.

 

Tendiamo a sentirci un tantino onnipotenti, come se fossimo gli unici direttori d’orchestra.

E questo tempo di attesa, controvoglia, diventa una piccola lezione di umiltà.

Anche se ci mangiamo il fegato per il nervoso.

 

 

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Ode all’Attesa

Postato da il 15 apr 2012

Sono una fan della frenesia, dei tempi stretti e del dinamismo. Mi infastidisce perdere tempo soprattutto quando l’elenco degli impegni si allunga, e allora diventa una corsa all’incastro.

I minuti e persino i secondi li sfrutto come si spreme un’arancia.

Però, da quando ho ripreso a fotografare con i rullini, e a pazientare il loro sviluppo, nella mia vita è entrata l’Attesa.

Attendere giorno dopo giorno che vengano resi i miei sguardi, con una crescente impellenza nel prendere atto del risultato: saranno foto belle? saranno sprecate?

Ora fotografo con una vecchia macchina che necessita di cura nel maneggiarla ma soprattutto di accuratezza nell’inquadratura; usa un rullino da 12 pose quindi ogni scatto va centellinato, curato, cullato.

Questa macchina sta cambiando il mio modo di fare Fotografia, trasformandomi da vorace e insaziabile affamata di scatti ad attenta osservatrice e ponderata produttrice di immagini.

Mi piace questo tipo di Fotografia perchè mi trasmette l’importanza di ciò che immortalo, operando una spietata selezione su ciò che vale o non vale la pena.

Ma non solo, mi aiuta a concentrarmi sulla qualità piuttosto che sulla quantità, ad approfondire certe nozioni tecniche e, cosa più importante, a capire che tipo di Fotografia custodisco Dentro e come voglio usarla per raccontare ciò che vedo. Sostanzialmente, obbliga ad una ricerca interiore.

 

Dalla Fotografia, questa Attesa si è allargata alla Vita.

Oggi pomeriggio, una domenica uggiosa, ho sonnecchiato sulla poltrona del salotto, con una musica in sottofondo che teneva sul filo dell’abisso profondo, al quale piacevolmente non ho ceduto.

Insieme a mio figlio ho impastato le pizzette per la merenda ed ora attendiamo, guardando nel vetro del forno, la loro cottura.

Ieri ho ordinato dei rullini per posta anzichè comprarli nel negozio.

Ci sono risposte che non fremo più di ricevere in tempi da primato olimpionico e quando arriveranno, penso, arriveranno.

Mi accorgo di vivere lo stato d’animo del “chissà”, ad attendere il Domani, portatore di futuro, con una sorta di delega al Destino.

L’Attesa, vissuta senza ansia ma come fiduciosa ambasciatrice, regala attimi sereni e leggeri. Di saggio abbandono.

 

 

 

 

 

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E’ mio!

Postato da il 18 feb 2012

In questi giorni mi è capitato di fare alcune riflessioni sul senso di possessività.

Quando ero ragazzina ero molto gelosa dei miei oggetti, ricordo che non sopportavo i miei fratelli quando dalla mia stanza prendevano matite, gomme, colori…. riuscivo sempre a scoprire i loro furti perchè avevo un mio ordine sulla scrivania e mi bastava un veloce sguardo per notare un qualcosa giù di posto. Mi arrabbiavo tantissimo perchè, non solo era stato invaso uno spazio personale,  ma erano stati presi oggetti che avevo comprato io, che servivano a me. Che erano miei.

 

Oggi non mi sento più così legata agli oggetti e non ho difficoltà a condividerli o a prestarli. Anzi, mi fa piacere regalare qualcosa che è mio, mi piace lo scambio, il passaggio di mano in mano che accresce il valore dell’oggetto, in quanto diventa importante anche per altre persone.

Poi è ovvio che vi sono oggetti personali a cui sono più legata, il cui valore affettivo, non quello economico, li rende più “miei”, più legati al mio vissuto e quindi mi è difficile staccarmene.

 

Vi è una possessività nei confronti delle persone che invece è più difficile da contenere, anche da razionalizzare.

Penso ai miei figli, che sono una parte di me e ai quali sono legata, e lo sarò sempre, da un cordone ombelicale invisibile.

Nella loro crescita è però intrinseco il distacco: gli uccellini lasciano il nido.

Penso alle persone che amo, quelle per cui nutro un sentimento di affetto o di stima e che nella mia vita sono punti fissi, sono certezze, sono a volte fari luminosi o indicatori di un percorso che ho smarrito.

Queste persone hanno un valore che non si può calcolare, si avvertono indispensabili per la propria sopravvivenza (anche se non dovremmo mai dipendere dagli altri ma questo è un altro capitolo) e diventa difficile staccarsene e condividerle, la gelosia è troppo forte e le si vorrebbe tutti per sé.

Ma poi, ho sperimentato, che più si provano a stringere a noi e più loro vogliono divincolarsi da un legame che a lungo andare procura soffocamento.

Ciascuno appartiene a se stesso, ciascuno necessita di spazi e libertà per muoversi a piacimento, entrando ed uscendo dalla vita degli altri con fluidità.

Non è facile accettare questo, non è semplice usare la logica per dire “le persone non sono mie” perchè il cuore è, penso, per natura possessivo. Non ama la solitudine.

Ma credo nell’amore che lascia liberi, nel dare gratuito, nell’accettazione dell’altro come “a parte rispetto me”, nel compromesso degli spazi e dei tempi. Si ama l’altro lasciando la porta aperta,  donandogli ogni giorno una scelta.

Come canta Sting: “If you love somebody set them free…”

 

 

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La vetta

Postato da il 18 dic 2011

Mi piace fotografare. Più che hobby preferisco definirla una passione, come parola ha un sapore più intenso.

La settimana scorsa, un amico che fa il fotografo per professione, ha commentato positivamente alcune mie foto.

Sarà che il commento arrivava inaspettato, sarà che il complimento di un fotografo assume maggior valore, sarà per la stima che nutro verso questa persona, ma quella telefonata è stata una scossa elettrica. Mentre tentavo di rispondere con un grazie balbettato, con le guance in fiamme per l’emozione, ho avvertito salire dal profondo come un sentimento di vittoria, di rivincita.

Ho pensato ai momenti difficili vissuti in questi anni, ai percorsi tortuosi, alle delusioni, alle amarezze che parevano non avere mai fine e che gettavano l’animo in giornate tremendamente lunghe in cui bisognava solo sopravvivere.

 

Non c’entra la fotografia in tutto questo, e non c’entra nemmeno il mio amico fotografo.

Lui è stato il tramite per un senso di conquista e di soddisfazione che ha cancellato le fatiche di Sisifo.

Lui e tutte quelle relazioni che in questi ultimi anni ho intessuto, gli amici nuovi e quelli ritrovati, conferiscono oggi un significato alla strada percorsa, anche se sconnessa e in salita.

C’era un senso in tutta quella sofferenza: provare una gioia pura nel vedere, finalmente, la vetta della montagna.

 

 

 

 

 

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Il “più” di valore

Postato da il 14 dic 2011

Per il Natale 2011

ho comprato più biglietti,

ho comprato più carta,

ho usato più nastri e spago,

ho cercato più poesie,

ho usato più fogli colorati,

ho usato più pennarelli,

ho acquistato più buste imbottite per le spedizioni,

ho usato più francobolli.

 

Ma il “più” veramente importante sono gli amici in più con cui condividerò gli auguri.

Un elenco di nomi che si allunga è il regalo “più” bello.

 

 

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Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori

Postato da il 27 nov 2011

Oggi sono arrabbiata.

A parte che la domenica è un giorno che detesto e non vedo l’ora che arrivi sera per andare a letto, dormire profondamente e scoprire che è di nuovo lunedi mattina.

Ma oggi sono arrabbiata con quelle persone che si elevano a predicatori della santità e dispensano ideali di rettitudine con la pretesa di incastrarli perfettamente nella vita di ciascuno.

Questi psichiatri della coscienza credono di avere la formula magica, la soluzione impacchettata come il bel regalo sotto l’albero, che si adatta come pellicola domopak alla tua realtà.

Ma mi conosci?

Cioè, spiegami cosa stai dicendo, perchè usi quel tono che pretende di generalizzare. Spiegami perchè io dovrei essere uguale, pari pari, all’altro e la tua formula dovrebbe calzare per entrambi. Ma mi conosci?

No che non mi conosci e quindi proprio non tollero le tue parole. Non sei entrato nella mia vita, non sai cosa faccio, non conosci la mia storia e pretendi di aver capito tutto. Scusa, pretendi pure di giudicare e condannare.

Non escludo che potresti anche avere ragione, ma prima indossa gli abiti degli altri, vivi la loro vita, una per una, e poi, forse, potrai sentenziare.

Da fuori, senza sporcarsi le mani, si sta zitti.

 

I predicatori della Verità Assoluta non li sopporto.

 

 

 

 

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Prendere e Lasciare

Postato da il 22 nov 2011

Questa settimana ho saputo che il cassiere delle mia banca verrà trasferito.

E’ un uomo di mezza età, molto gentile, che ha sempre seguito la mia azienda con professionalità e anche simpatia. Non è facile trovare persone che nel rapporto professionale ci infilano anche un po’ di umanità e di umorismo, il lavoro non deve per forza essere sempre una faccenda seriosa.

Comunque riflettevo che questo cassiere molto probabilmente non lo vedrò mai più, viene trasferito in una filiale fuori città quindi le probabilità che io possa nuovamente incontrarlo sono veramente basse, direi quasi nulle.

Improvvisamente mi sono sentita triste per l’ irrevocabilità della situazione: “mai più” è un tempo lungo, che lascia l’amaro in bocca.

Dopo ho pensato a tutte le persone che incontriamo lungo il cammino, che fanno con noi un pezzo di strada. Persone  che conosciamo, con cui ci scambiamo parole e frammenti di vita, con cui ci confrontiamo. Persone alle quali apriamo il nostro cuore, altre che abbandoniamo presto perchè non nelle nostre corde.

Penso alle tante relazioni che si intrecciano al nostro percorso, fili più o meno lunghi, più o meno forti. Fili che trovo bellissimi, emozionanti e sempre più penso alla vita come ad un viaggio, con tante strade che si incontrano, che si affiancano, che si incrociano.

Penso, allora, alla necessità di essere viaggiatori dalla mano tesa e aperta, dal sorriso pronto all’accoglienza, con la valigia leggera per far spazio allo scambio. L’arricchimento che nasce dal raccontarsi le reciproche avventure, disponibili all’ascolto,  pronti ad aprirsi per fondere i personali percorsi e far nascere, alla fine, nuove direzioni.

La vita può avere sapore solo grazie agli incontri, solo se sapremo prendere e lasciare ogni volta con rinnovato stupore e gratitudine.

Anche il mio cassiere, dunque, che ringrazio per tutte quelle volte che mi ha comunicato il saldo del conto in attivo.

 

 

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Luoghi e Momenti

Postato da il 05 nov 2011

Poche cose salverei della mia giovinezza, una di queste sono le sere trascorse a disegnare, chiusa in camera mia.

Avevo una scrivania bianca, apparecchiata di album, notes, pile di libri sul disegno, matite nuove e consumate, pennarelli di marca con punte di vario spessore,  righelli dalle forme strane.

I pochi spazi rimasti vuoti erano ricoperti di briciole di gomma.

Ero capace di stare in piedi fino all’una o le due di notte, con la luce di una piccola abat-jour, in estate tenevo la finestra aperta che dava sulle campagne e nel buio mi faceva compagnia il verso della civetta.

Sulla mensola alta c’era, con il volume basso perchè il resto della famiglia dormiva, un piccolo stereo acceso che a ripetizione suonava il concerto in Central Park di Simon e Garfunkel. Canzoni che ho imparato a memoria e che ricordo ancora oggi, persino le pause, i respiri e le urla del pubblico.

“Sound of Silence!..” . Boato della folla.

 

In quelle sere scrissi una poesia: Da soli non si è soli.

Amavo quei momenti, amavo la mia camera, amavo la mia scrivania che era il luogo magico dove nasceva la creatività.

 

Ci sono luoghi e momenti in cui ci formiamo, in cui creiamo noi stessi.

Una parte di me è nata in quella camera, in quelle notti d’estate, in quella solitudine.

 

 

 

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