mi serve un post-it

Avevo l’appunto mentale che oggi ci sarebbe stato, in un paesino della bassa padana, un mercatino artigianale molto carino che avevo già visitato in altre edizioni e siccome era una bella atmosfera creativa sono partita dopo pranzo e ho affrontato, con un abbiocco incipiente, stradine solitarie e silenziose.

Il 27 novembre alle due di pomeriggio non c’è nessuno in giro ed è anche questo il bello, che si può andare ad un velocità di lumaca e intanto far poggiare lo sguardo sulla campagna, sui casolari abbandonati, sui tralicci che sembrano tante croci su un Calvario padano, sulle villette ristrutturate da poco che hanno colori sgargianti.

Le vie hanno nomi di partigiani, alcune villette espongono al cancello la bandiera italiana in stile americano, si susseguono paesi dai nomi caratteristici come Gavello e Tre Gobbi, lungo la via delle Valli ci sono gheppi appoggiati sui fili, edicole religiose con lumini e un bel fiocco rosa di una bambina appena nata, il bar di paese frequentato da vecchi o da cinesi.

E’ bello perdersi qui, anche se avrei bisogno di un caffè, anche se la domenica pomeriggio è fatta per la tuta e il divano ma nella frenesia della settimana il ritmo lento della pianura che ti contagia a mo’ di virus fa bene al battito cardiaco.

Arrivo al paesino e scopro che il mercatino artigianale non è oggi ma sarà la prossima domenica.

Sosta nel parcheggio desolato. Penso. Minuti in silenzio.

Riprendo la via del ritorno, mogia mogia, guardando la foschia in arrivo, e non capisco se sia sulla campagna o sulla mia memoria.

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la matematica è un’opinione

Stamattina sono andata a Messa ed era da tempo che non ci andavo e avevo dimenticato quanto è bello osservare le persone anche durante i riti religiosi. In effetti tendo a farmi distrarre dall’umanità anche se ci sarebbe da recitare che aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà ma trovo che sia così avvincente cercare la meraviglia del Creato nelle persone che Dio non me ne vorrà se dimentico qualche strofa.

C’era questo papà quarantenne e suo figlio piccolino tipo cinque/sei anni con la sindrome Down. Il papà l’aveva messo a sedere sui gradini della scala e questo bimbo non era avvezzo a prestare attenzione alla risurrezione dei morti e giocava in silenzio buono buono con un calzino rosso. Faceva dondolare questo calzino rosso su e giù e intanto si spostava un po’ sui grandini per cambiare posizione, e questo papà forse un po’ stanco o forse provato o forse incazzoso lo sgridava e gli diceva metti giù le gambe e stai fermo e stai zitto e questo e quell’altro e che palle papà ma c’ho la sindrome e devo pure stare composto.

Mateo frequenta un gruppo in cui tutti i venerdi ballano e a fine anno ci sarà pure uno spettacolo, disabilità diverse che insieme si divertono da matti e infatti da uno a dieci Mateo dice che gli piace mille. Finita la lezione c’è questa piccola anticamera che si riempie di colori e voci e personalità diverse ma tutti in modo uguale hanno un genitore o una nonna che gli allaccia le scarpe e se non lo sapete lo dovrà fare per tutta la vita.

Mi dispiace per quel papà quarantenne e il suo bimbo speciale perchè non ha ancora realizzato che nella vita gli servirà tanta pazienza e anche se devi allacciargli le scarpe sempre o non stanno mai fermi o fanno dondolare calzini rossi nei posti più impensati può essere un’avventura che da uno a dieci è arricchente mille.

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cos’è

Chissà se ti è capitato di vivere momenti così densi che vorresti toccare la spalla di tutti e raccontare il groviglio di roba che senti in ebollizione dentro, una matassa di emozioni e stati e pensieri che vorresti essere un poeta per scrivere la poesia del secolo, o il miglior fotografo per scattare la foto che in un solo sguardo racconta il senso della vita, o il musicista che crea vibrazioni che arrivano dentro ma proprio dentro da disfare il cd a forza di tornare indietro. Chissà se ti è capitato di sentirti inerme di fronte alla potenza del tuo sentire e non sei abbastanza poeta nè fotografo nè musicista e quella densità ti rode dentro tutto il giorno e balli sulla sedia come scottasse perchè la vita ti sembra, non so, così pazzesca, così bella, così potente, così drammatica, così incasinata, così tutto, e tutta questa roba la senti tutta insieme e non sai cos’è e alla fine con tutti i tuoi limiti puoi solo dire: cazzo che roba.

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boh non lo so sì forse boh

Mamma dove siamo? Non lo so Mateo.

Avevo voglia di nebbia ma è presto, sono i primi giorni di settembre ed è già tanto sperare in una leggera corrente di aria fresca. I finestrini dell’auto abbassata, la canzone celtica del cd messa a ripetizione che prima o poi il cd lo romperò, le soste per scattare foto.

Mateo tienimi la macchina fotografica mi raccomando perchè sei il mio aiutante.

Mamma dove siamo? Non lo so. Ecco mamma, ci siamo perduti!

Si, ci siamo perduti. Non ho proprio idea di dove siamo però prendiamo ugualmente questa stradina stretta senza asfalto. Guarda la campagna, i contadini che escono a lavorare la terra, questa si chiama Via dell’Impiccato, andiamo a destra o a sinistra?

Mamma perchè fai le foto? Non lo so Mateo, mi metti in crisi con questa domanda.

Toh! Ma guarda dove siamo sbucati.

Mamma ho fame!

Siamo vicini a Correggio, dai cerchiamo un bar e mangiamo qualcosa. D’ora in poi tutte le domeniche mattina usciremo insieme e proveremo a perderci, è così emozionante non sapere sempre tutto.

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far spazio

Chiusa l’azienda per tre settimane torno a casa, smarrita, chiedendomi: e mo’, che faccio ora?

Mi sono dimenticata per un bel pezzo, concentrata com’ero su altre priorità e ora che mi permetto il lusso di sprofondare sul divano mi sale quella sensazione, lontanissima, come i ricordi da bambini, dello stare con me stessa. Vivere bene la solitudine è un privilegio, scrive Duccio Demetrio, “…nel restare a osservare affascinati in cielo il volo degli uccelli..”.

Un viaggio come nelle miniere profonde di Moria, ricomincerò a sciogliere le spalle, a rilassare il sorriso, a sfogliare le pagine di un libro (una montagna di arretrati giace sul pavimento), a sprecare il tempo, a fissare lo sguardo su dettagli insignificanti come una nuvola o una staccionata, a guardarmi dentro gli occhi allo specchio.

Ritrovarsi. Riconoscersi. Assicurarsi di esistere.

Torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia

sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,

le miserie, la fame e le fedi tradite,

per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.

Vale la pena tornare, magari diverso.

 

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giochi di società

E se provassimo, chessò, a ribaltare le cose. Tipo le foto brutte che diventano le foto belle, i carciofi che mi fanno schifo che d’improvviso mi piacciono, le persone antipatiche che diventano le persone simpatiche, i disabili che diventano quelli normali, le convinzioni che diventano dubbi, la ragione che diventa torto, io che divento l’Altro.

Perchè no? Sarebbe un gioco divertente. O forse anche utile, chissà.

 

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pulire gli occhiali

In questi due giorni ho visto: un uomo di mezza età spingere la carrozzina di una anziana invalida lungo una bella strada di campagna al tramonto, un ragazzino buttare una cartaccia nel cestino dei rifiuti, una donna molto grassa ridere a crepapelle insieme alle sue amiche trasmettendo una gran gioia, un uomo tenere dolcemente il braccio della donna che faticava a camminare,  un ragazzo dire alla sua morosa portiamo dentro al bar le tazzine così non devono sparecchiare, ragazzi disabili improvvisare balli con la musica in sottofondo.

A guardare bene, siamo ancora circondati di bellezza e poesia.

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non è pericoloso

A te che sul treno stai connesso al cellulare sicuramente per motivi ben più importanti sappi che ti sei perso lo scorrere della campagna nel tardo pomeriggio, i campi disseminati di balle di fieno come fossero grandi sculture primitive, i soffici tappeti gialli di spighe, le zone artigianali con i piccoli capannoni dalle insegne Plastiflex o Il Tornitore o La Carrozzeria Moderna, le casette dai colori pastello vicine l’una all’altra a formare delicate cartelle Pantone, la stazione dei piccoli paesi, i viadotti, la pianura brulla che pare il bush africano, i fagiani all’ora del tramonto, la poiana in volo, il finestrino del treno e il ricordo di tutti i tentativi per imparare a memoria NE PAS SE PENCHER AU DEHORS.

A te che sul treno stavi connesso, potevi sporgere dal finestrino anche solo uno sguardo.

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tutto il resto

Non hai mai provato, quando rientri la sera tardi, ad alzare il volume del cd in auto mentre percorri la strada buia di campagna? Le note del pianoforte si diffondono con il finestrino abbassato e sporgi il braccio all’aria che ti viene d’istinto mimare come le onde. E quando le note si alzano di tono ti senti come un direttore d’orchestra e per un secondo, magari due se la strada è dritta, le alzi entrambe le braccia e ti gonfi di potenza come a volere afferrare il mondo a divorarlo.

Non ha mai provato a fermare l’auto, se la strada di campagna è davvero deserta e nel rettilineo non si vedono luci, a fotografare il pioppeto il lampione la strada illuminata di striscio dai fari? Rubare scatti alla notte e sentirti come fossi l’unico rimasto sulla terra e la terra fosse soltanto tua.

Poi riparti e mentre guidi ti accorgi di avere un sorriso in faccia ed una sorta di, boh, forse felicità che ti fa amare la notte il pianoforte i pioppeti e anche tutto il resto.

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il bastoncino

Con i cordoni ombelicali mica si scherza. Si rischia di far danni seri, di lasciare solchi che restano per anni e vanno poi colmati a fatica. Le relazioni sono fatte di equilibri sottili, di giusti spazi, chissà se hanno inventato un’unità di misura per la libertà (tanta, poca, quando, per quanto), si educa l’accoglienza, le diversità abissali si avvicinano con tanto sforzo e altrettanta fantasia, le disabilità sono da comprendere e certe alfabetizzazioni da inventare.

E dunque cosa vi insegno? Ad allacciarti i bottoni, a pulirti il culo, a dosare lo shampoo, ad annusare le persone, a scegliere i tuoi Maestri, a farti rapire dagli entusiasmi, a perseguire passioni, a comprendere i limiti, a dosare la tristezza, a rompere gli argini. Con misure diverse perchè non si crescono cloni, non siete fatti con lo stampino.

Mi sento investita di responsabilità enormi, dell’incertezza sugli esiti futuri (avrò fatto bene? avrò detto giusto? e dopo?), di lunghi elenchi della spesa (i biscotti che ti piacciono, le scarpe che sai allacciare, la pazienza per i momenti difficili) e accolgo il tuo dolore che spesso è intollerabile. Come ci riesci? mi chiedo.

Sarebbe più facile se tu fossi forte, perfetto, resistente, anche un po’ superficiale a volte. E invece ti è toccato in sorte il bastoncino corto della sensibilità, del porti domande, e nella tua strada un poco in salita questo bastoncino corto non ti serve nemmeno come appoggio.

Col tuo senso dell’umorismo, per fortuna in abbondanza, lo trasformerai in un bastoncino di pesce findus.

 

mateo e luca

 

 

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